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Gay & Bisex

Vergine in chiesa 2


di MASQUARATE
24.10.2026    |    2.493    |    5 9.7
"Con le stesse dita bagnate gli girò la testa, lo fece mettere a quattro zampe sul pavimento, il culo in alto..."

Don Gervasio non gli tolse la mano dalla spalla. Il peso era caldo, solido. Vito sentì le dita del prete stringere appena, poi lasciarlo.
«Torna domani sera. Alle nove. La chiesa sarà chiusa. Entra dalla porta della sacrestia, come sempre. E non dire niente a nessuno.»
La voce era bassa, senza minaccia e senza sorriso. Vito annuì. La bocca gli si era seccata. Quando uscì dalla chiesa il sole stava calando e le gambe gli tremavano.
Quella notte non dormì. Si spogliò piano, lasciò i vestiti sulla sedia e si infilò sotto le coperte nudo. La stanza era buia, solo un filo di luce dal corridoio. Chiuse gli occhi e rivide le mani grandi di Don Gervasio, la peluria scura sui polsi, il modo in cui la camicia nera gli tirava sul petto. Si toccò piano, con due dita, come faceva sempre, ma stavolta non riusciva a fermarsi. Immaginava quelle mani che lo toccavano, che gli stringevano i fianchi, che gli aprivano le gambe. Si morse il labbro fino a farsi male. Quando venne, fu più forte del solito: si sporcò la pancia e le cosce, restò lì ansimando, con il cuore che gli batteva nelle orecchie. Si pulì con la maglietta e ricominciò. La seconda volta ci mise di più. Si immaginava il prete che gli parlava all’orecchio, che gli diceva cosa fare. Venne di nuovo, più piano, con un gemito soffocato nel cuscino. Alle tre di notte era ancora sveglio, il cazzo semi-duro tra le dita, la mente piena di immagini che non aveva mai avuto prima.
Il giorno dopo, dopo la messa del mattino, Don Gervasio lo chiamò in confessionale.
«Entra.»
Vito si inginocchiò. Il legno era freddo sotto le ginocchia. Attraverso la grata vedeva solo l’ombra del prete, le spalle larghe, le mani grandi appoggiate sulle ginocchia.
«Dimmi cosa hai fatto stanotte.»
Vito deglutì. «Io… mi sono toccato.»
«Quante volte?»
«Due.»
«Raccontami tutto. Come ti sei toccato. Cosa pensavi.»
La voce di Don Gervasio era bassa, quasi un sussurro, ma ferma. Vito cominciò a parlare, piano, vergognandosi a ogni parola. Disse che si era messo nudo. Che si era toccato con due dita, poi con tutta la mano. Che pensava alle mani del prete, al petto peloso, a come gli aveva stretto la spalla. Disse che era venuto due volte, che si era sporcato e si era pulito con la maglietta. Che dopo la seconda volta era rimasto duro e aveva continuato a toccarsi piano, immaginando che quelle mani lo aprissero, lo toccassero dove non l’aveva mai toccato nessuno.
Silenzio. Poi la voce del prete, più vicina alla grata:
«Ti sei messo le dita dentro?»
Vito arrossì fino alle orecchie. «No. Non… non ho mai fatto niente del genere. Sono vergine. Non ho mai…»
«Ok. Stanotte, quando verrai, te lo insegnerò io. Ma adesso finisci. Dimmi cosa hai immaginato mentre venivi la seconda volta.»
Vito chiuse gli occhi. La voce gli tremava. «Che mi… che mi metteva le mani addosso. Che mi diceva di aprire le gambe. Che mi toccava… dietro. E che mi diceva che ero suo.»
Sentì il respiro del prete dall’altra parte. Un respiro lento, pesante.
«Bravo. Adesso vai. Alle nove in sacrestia. Non toccarti più fino a stasera. Voglio che tu arrivi già così.»

Alle nove in punto Vito spinse piano la porta laterale. La sacrestia era illuminata solo da una lampada bassa. Don Gervasio era già lì, senza cotta, camicia nera sbottonata sul petto. La peluria scura si vedeva fin sotto il colletto. Chiuse la porta a chiave senza dire una parola e si voltò.
«Spogliati.»
Vito obbedì. Le mani gli tremavano mentre si sfilava la maglietta, poi i pantaloni, poi le mutande. Restò nudo in mezzo alla stanza, il cazzo già mezzo duro, le spalle strette. Don Gervasio lo guardò a lungo, poi si avvicinò. Con una mano grande gli afferrò la nuca e lo fece inginocchiare sul pavimento freddo.
«Apri la bocca.»
Vito aprì. Il prete gli infilò due dita grosse, salate, fin quasi alla gola. Le mosse piano, avanti e indietro, sporcandogli le labbra.
«Così. Succhia. Devi imparare.»
Vito succhiò, la lingua che girava intorno alle dita, la saliva che gli colava sul mento. Don Gervasio gli teneva la testa ferma con l’altra mano. Poi si sbottonò i pantaloni. Il cazzo uscì grosso, pesante, con la peluria scura e fitta intorno alla base. Era già duro. Lo avvicinò alla bocca di Vito.
«Apri di più. Prendilo.»
Vito lo prese. La punta gli riempì la bocca, calda, salata. Don Gervasio spinse piano, senza fretta, tenendogli la testa. Ogni tanto gli parlava all’orecchio, la voce bassa e roca:
«Bravo così. Più in fondo. Ti piace averlo in bocca, vero? Il cazzo del tuo prete. Stanotte l’hai immaginato mentre ti toccavi. Adesso ce l’hai. Succhia.»
Vito succhiava, le labbra tese, gli occhi chiusi. Sentiva il sapore, il peso sulla lingua, le palle pelose che gli sfioravano il mento quando Don Gervasio spingeva più a fondo. Il prete ansimava piano, le dita strette nei suoi capelli.
Dopo un po’ lo tirò fuori. La saliva luccicava sulla punta. Con le stesse dita bagnate gli girò la testa, lo fece mettere a quattro zampe sul pavimento, il culo in alto. Vito tremava. Sentì una mano grande aprirgli le natiche, poi un dito, quello stesso che gli aveva messo in bocca, che gli toccava il buco. Piano, circolare, senza entrare ancora.
«Sei vergine qui, lo so. Stasera non ti scopo. Ma devo prepararti. Apri.»
Il dito premette. Vito gemette, basso. Don Gervasio gli parlava ancora all’orecchio, chinato su di lui, il cazzo duro che gli sfiorava la schiena:
«Rilassati. Lo vuoi? L’hai voluto tutta la notte mentre ti toccavi. Spingi indietro. Lascia che ti apra.»
Il dito entrò, solo la prima falange, lento, bagnato di saliva. Vito strinse i pugni sul pavimento, il respiro corto, il cazzo che gli gocciolava tra le gambe.

Don Gervasio non tolse il dito. Lo tenne lì, appena dentro, e lo mosse piano, ruotandolo. Vito ansimava sul pavimento della sacrestia, le ginocchia che bruciavano sul marmo freddo, il cazzo duro che gli gocciolava tra le cosce. Il prete era chino su di lui, il petto peloso che gli sfiorava la schiena, la voce bassa e sporca proprio all’orecchio.
«Spingi indietro. Apri di più. Senti come cede.»
Aggiunse un secondo dito. Vito gemette, un suono strozzato. Bruciava, ma era bagnato di saliva e il prete andava lento, inesorabile. Le dita grosse lo allargavano, le piegava, le faceva scivolare dentro e fuori. Ogni tanto le tirava fuori del tutto, le passava sulla sua bocca per fargliele succhiare di nuovo, poi le rimetteva dentro, più a fondo.
«Così. Sei stretto. Sei vergine. Ma stasera ti apro io. Dimmi che lo vuoi.»
«Lo voglio…» ansimò Vito, la voce rotta. «Lo voglio, Don Gervasio.»
Il prete rise piano, un suono basso nel petto. Si alzò, andò al mobile delle candele e ne prese una piccola, bianca, sottile. Tornò dietro di lui, la bagnò abbondantemente di saliva e gliela appoggiò sul buco, già un po’ aperto dalle dita.
«Adesso questa. Respira. Spingi.»
La candela entrò. Fredda all’inizio, poi calda. Vito strinse i pugni, i muscoli che tremavano. Don Gervasio la fece scivolare dentro piano, centimetro dopo centimetro, tenendogli una natica aperta con la mano grande. Quando fu dentro per metà, la mosse, avanti e indietro, lento, come se lo stesse scopando già.
«Guarda come la prende. Il mio chierichetto. Stanotte sotto le coperte pensavi a questo, vero? A qualcosa che ti riempiva. Ora ce l’hai. Stringi bene e poi rilassati.»
Vito stringeva, il culo che si contraeva intorno alla candela. Il prete la spingeva un po’ più a fondo, poi la tirava quasi fuori, poi la rimetteva. Con l’altra mano gli afferrò il cazzo da sotto e glielo strinse, pompando lento, in sincronia con la candela.
«Non venire ancora. Voglio che resti così, aperto e duro, finché non te lo dico io.»
La candela andava più facile adesso. Don Gervasio la lasciò dentro e aggiunse un dito accanto, allargando ancora. Vito piagnucolava piano, la fronte sul pavimento, la saliva che gli colava dalla bocca aperta. Il prete gli parlava ancora, roco, dominante:
«Domani sera ne prendo una più grossa. E poi un’altra. Ti dilato finché non ce la fai a prendere tutto il mio cazzo. Perché sei mio, Vito. Da stanotte sei mio.»
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